"È sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta. Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili."

( Ernest Hemingway)

venerdì 29 marzo 2013

Prefazione.




 - Ma perché scrivi? Tanto non diventerai mai uno scrittore
  - e tu perché giochi a calcio? Pensi di diventare un   calciatore?-                                      
 - eh, ma io lo faccio per divertirmi…-
 - anch’io scrivo per divertirmi-
                             
Vincenzo D’Ascanio 15 marzo 2008
                                                                      

La prefazione di un libro ha spesso una funzione  metaletteraria, ovvero raccontare la storia del romanzo dalla genesi alla stesura finale. Si tratta di inserire una lente, un filtro che preservi il lettore da un inizio ex abrupto, un salvagente che gli permetta di galleggiare per qualche istante, prima di immergersi nella narrazione. Sfortunatamente, le motivazioni che hanno spinto l’autore a scrivere il suo romanzo mi sono sconosciute, di contro conosco bene la storia di come questo testo si è trasformato in libro.

“Valeria e le cattive compagnie”, è infatti il vincitore della prima edizione del Premio letterario Città di Dolianova, un concorso ideato per i scrittori emergenti, che non sempre riescono ad affermarsi attraverso i canali tradizionali. Lungi dal volersi improvvisare dei talent scouts, l’amministrazione comunale, grazie all’ausilio di una giuria, ha cercato di portare all’attenzione di qualche casa editrice sensibile gli scritti di alcuni autori esordienti e dopo aver terminato la lettura dell’opera di Vincenzo, non mi è difficile comprendere perché la Commissione l’abbia scelta.
  
Il libro, presenta la classica struttura circolare, all’interno della quale sia apre un lunghissimo    flashback che ripercorre gli anni giovanili del protagonista, caratterizzati dall’amore per Valeria e dalla passione politica, due elementi che lo accompagneranno nel passaggio dall’adolescenza all’adulta. Il tema del passaggio, o per meglio dire del cammino, segna la traiettoria percorsa dal racconto, e lo stesso viaggio, intrapreso da Lorenzo dai suoi amici a bordo di una roulotte, non è altro che la metafora del tragitto che ciascun personaggio dovrà compiere per ritrovare se stesso.

Gli ambienti cagliaritani, il Bastione, il mercato di via Quirra ed il quartiere San Michele, vengono sapientemente descritti attraverso le persone che li abitano, lo stesso accade con il collettivo studentesco e con il circolo del partito, dove Lorenzo incontrerà i suoi compagni di ventura. Dal  finestrino della roulotte, che attraversa la Sardegna da un capo all’altro, scorrono le immagini di paesaggi piuttosto variegati, espressione di un territorio rurale, segnato dalla povertà e dalla arretratezza, in netto contrasto con la vivacità della vita cittadina.  Non mancano infine i riferimenti agli eventi più recenti della storia d’Italia: il G8 di Genova e quello dell’Aquila, irrompono nella storia narrata e nelle vite dei protagonisti, ancorandoli fortemente all’attualità.

Un romanzo avvincente e ben costruito, un autore giovane, ma già capace di affascinare con il suo racconto, un piccolo gioiello che abbiamo cercato di valorizzare con il nostro concorso letterario, una goccia nel mare, un piccolo passo in una lunga strada.  
                                                                       
Contributo di Betty Cara, (Assessore alla Pubblica Istruzione e  Cultura "Comune di Dolianova", amministrazione banditrice del concorso letterario).                                       

giovedì 28 marzo 2013

Intro





Aspetto in questo bar oramai da qualche ora. L’appuntamento era stato fissato per le diciassette, Piazza d’Armi, Bar Europa, ma l’inquietudine ha sconfitto la volontà. Alle quattordici in punto ho chiesto il mio primo caffè, poi ho ordinato una birra, poi un altro caffè, altra birra, infine è arrivato il turno della vodka. Queste bevande sembrano clessidre, le bevo lentamente centellinando ogni sorso, osservando con attenzione la perfezione delle linee superficiali. Di tanto in tanto ascolto il giornale radio: la crisi politica e quella delle borse, episodi di razzismo nella periferia romana, lavoratori licenziati sminuiscono i sindacati, un popolare regista televisivo commenta con sarcasmo l’avanzata del cinema indiano. Ascolto osservando il vuoto, talvolta sorrido, altre volte mugugno, in sintonia con le notizie riportate dalla chiara voce del giornalista meridionale... I camerieri intanto mi osservano con delle occhiate che stazionano tra il preoccupato ed il compassionevole. Si avvicinano con la massima circospezione, mormorano tra loro, si scambiano occhiate eloquenti, un’adolescente (forse la figlia del padrone) mi studia di soppiatto protetta dal barattolo delle liquirizie. Il mio aspetto non è dei migliori: il periodo trascorso in carcere si fa sentire sulla pelle, e soprattutto sullo sguardo. Non posso tuttavia nasconderlo neanche a me stesso, in queste situazioni provo un malsano orgoglio. Nella mia “precedente” esistenza avevo sempre desiderato trasformarmi in una figura inquietante, ed una serie d’indizi mi suggeriscono che ci sono riuscito. Un’ispida barba è cresciuta sulle guance, nascondendo il viso quasi adolescenziale. Qualcuno potrebbe pensare che ho trenta, trentacinque anni, ma ne ho molti meno, e portati nel modo peggiore possibile.

Sfoglio distrattamente un quotidiano, poi l’abbandono vinto dal consueto pessimismo. Non più distratto dalla cronaca controllo le tasche del giaccone, come se contenessero le risposte che non riesco a trovare. Lei verrà all’appuntamento? Mi vorrà ancora? Mi avrà perdonato? Non so cosa farò se dirà di non volermi più. Nei momenti di sconforto ho considerato questa possibilità, ma la mente la evita come un fosso sulla carreggiata. Quando ho letto la sua mail sono stato assalito dall’angoscia, le mani hanno iniziato a gesticolare sulla tastiera, non sapevo nemmeno se fosse opportuno risponderle o presentarmi all’appuntamento. La paura di perderla è come un cappio pronto a stringersi sulla gola, un lasciapassare gratuito verso una notte da incubo. Sino ad oggi una lieve speranza mi ha tenuto in vita, e se questa dovesse abbandonarmi non saprei come reagire.

No, basta, devo allontanare quest’atteggiamento disfattista e passivo! Non può finire così, lei mi ama, mi ha sempre amato...Oppure no? Chissà... Forse ha recitato una parte per coinvolgermi in un’insensata messinscena, dando sfogo ad una degenerazione partorita dalla sua mente contorta! In questo caso saprò sostenere il peso del rifiuto, quando deciderà di strapparsi la sua maschera da commediante? Bene, benissimo, incasserò senza battere ciglio, non avrà un briciolo di soddisfazione. Si, proprio così, nessuna soddisfazione... Ma non posso considerare seriamente questa possibilità, perché non è interessata a queste puntate, non essendo capace di accogliere forme di vanità. Non sbandiera un ego estetico da soddisfare, e non cerca conferme alle sue insicurezze, che affondano le radici nelle profondità della sua psiche. Lei è cresciuta contorta come una vite americana, ma nel tempo il dolore l’ha trasformata in un macigno impossibile da scalfire. Le sue decisioni sono irrevocabili, le sue ostinazioni salde come le mura di un castello, la sua caparbietà pari a quella di un kamikaze deciso a schiantarsi su una portaerei nemica. Non posso sperare di resuscitare la sua vanità, come non posso sperare in un dialogo con la sua compassione: vani tentativi, come lanciare sassi in uno stagno sperando che galleggino.

Nonostante tutto, nonostante impressioni e riflessioni pessimiste, anch’io voglio essere caparbio nelle mie illusioni, e resisterò sino a quando la candela non sarà spenta dall’ultimo alito di vento. Non posso e non voglio immaginare la mia vita senza di lei, non riesco a vedere nulla oltre noi due. La mia mente ha resistito al carcere, ma non sopporterà quest’ulteriore prova. E’ come se mi avesse stregato: nella notte appare nei miei sogni, durante il giorno la riscopro in ogni oggetto o luogo, tutto la riguarda, tutti mi parlano di lei. Talvolta maledico il giorno in cui ci incontrammo, mi sbraccio ed urlo contro il cielo, ma quando ricordo il suo viso, la linea del suo sorriso, ogni tentativo ha la stessa consistenza di un’onda marina. Aspetterò in questo bar ancora cinque minuti, ancora un’ora, forse due... Ma che dico? Sono pronto ad attenderla per tutta la vita.

Brano tratto dal libro "Valeria e le cattive compagnie" di Vincenzo M. D'Ascanio.

L'inafferrabile Agostino.





Credete di conoscere tutto, non è vero? Nelle vostre ordinarie auto a rate, nei vostri libretti bancari, nei vostri abbinamenti calze e cravatta. Credete che tutto sia alla vostra portata? Bhè, attendete un attimo prima di rispondere... Provate ad immaginare Antonio Cassano con uno sfregio sul labbro superiore. Immaginate un individuo il cui mestiere sia quello di preparare degli intrugli, capaci di provocare violente emozioni artificiali. Immaginate un uomo i cui maggiori piaceri siano quelli di fotografare le vicine dalla finestra della sua stanza, oppure salire sui tetti e collocare delle insidiose trappole per gabbiani. Bene, queste sono solo alcune caratteristiche del mio coinquilino, e difficilmente nella vostra vita avete già incrociato un stile di vita tanto alternativo. Come aperitivo, vi descriverò l’episodio del nostro primo incontro.

Ritornato da casa di Valeria decisi di leggere qualche pagina del manuale di diritto privato. Quando la coscienza era già invasa da incomprensibili termini giuridici sentì bussare violentemente alla porta. Mi alzai dal letto scombussolato, e quando aprì mi ritrovai dinanzi ad un ragazzo dagli occhi particolari, quasi sfavillanti, gli occhi inconfondibili del pazzo. Indossava una camicia coi gradi dell’esercito, ed un paio di pantaloni che parevano cuciti da un sarto con un evidente dramma mentale. Oltre ai suoi occhi, che mi fissavano nell’assoluto silenzio, mi sorpresero lo spropositato numero di cicatrici sul volto, in particolare una che gli attraversava diagonalmente il labbro superiore. Tra le mani teneva un bottiglione di vino rosso, posizionato all’altezza del petto come se fosse uno strumento di autodifesa personale.
“Va bene, va bene”, disse urlando,  “io sono Agostino, e tu sei il nuovo inquilino... Voglio sapere il tuo nome e la tua provenienza!”
“Piacere... Lorenzo. Sono di Arasolè.”
“Deu soi de casinu.” Sibilò con rabbia tra i denti marci. Dopo questa frase piombò il silenzio, ma improvvisamente mi ordinò di seguirlo ed io accettai, scombussolato dal suo atteggiamento. Mentre percorreva l’andito vidi che ad ogni quattro passi si fermava per portarsi il bottiglione alla bocca. Fatto questo si guardava intorno con aria sospetta, come se dovesse localizzare nascosti pericoli. 

Quando giunse nei pressi della sua stanza diede un vigoroso calcio alla porta, che sbatté al muro causando un tremendo frastuono: quando entrai il primo pensiero fu quello di scappare a gambe levate. Tutto si poteva dire di quella stanza, meno che appartenesse ad una persona sana di mente. Su una credenza erano stati sistemati alcuni bottiglioni di vino di varie dimensioni, quasi tutti colmi. Disposte in fila indiana come un esercito in ritirata, alcune bottigliette erano state ordinate per tutto il perimetro della camera con precisione ossessiva. Due o tre di queste mostravano il chiaro simbolo del teschio bianco su campo nero. Il pensiero balzò immediatamente all’evidente possibilità del veleno.
“Ne vuoi?” mi disse porgendomi il bottiglione.
“No, grazie...”
“Perché?
Ci fu altro silenzio. Agostino ciondolava dinanzi a me.
“Fai molto male, questa è vernaccia, bevila, ti farà bene!” Rifiutai definitivamente ma con la massima gentilezza, dunque Agostino baciò il bottiglione e se lo portò alla bocca, mentre alcune gocce calavano lentamente dalle labbra verso la gola. Durante quel curioso intermezzo decisi di guardarmi intorno. Sulle pareti erano state appese delle foto oscene, tutte esageratamente esplicite. Altre foto rappresentavano Agostino in probabile compagnia dei sui amici, persone dai visi bizzarri, enigmatici, talvolta deformati. Non so spiegarvi quali sensazioni mi colsero osservando quelle foto, ma quella comitiva era lontana anni luce dalla mie abituali frequentazioni: persone appese per i piedi al ramo di un albero, alcuni sprovveduti che simulavano impiccagioni o inquietanti ghigliottine, giovani riportanti traumi facciali sorridevano entusiasti quasi sdentati, anziani brindavano eccitati dinanzi a vetture dalla carrozzeria squarciata altri che, sorridendo, lucidavano potenti armi da fuoco.
“Accidenti a voi”, mi disse estasiato, “ad Arasolè mi sono preso una sbornia pazzesca. Dopo tre giorni mi hanno riportato a casa in ambulanza...”
“Era per la Sagra del Vino?”
“No, era Pentecoste, sono molto religioso! Mi hanno infilato in una cantina minacciandomi che se non avessi assaggiato il loro vino non avrei visto la luce del sole. Ho bevuto sino a scoppiare, sono convinto che se non fossi svenuto mi avrebbero cacciato in malo modo...”
Mentre parlava Agostino trafficava con alcune ampolle, alcune delle quali contenevano delle insolite pastiglie colorate. Di tanto in tanto ne afferrava alcune e le triturava in un bicchiere, dunque faceva scivolare il risultato su un foglio di carta. Soltanto allora lo mescolava con dell’altra polvere: infine sceglieva con cura un bottiglione, riempiva un bicchiere di vino ed infine vi scioglieva la soluzione da lui ideata.
“Prendi questo”, mi disse solennemente, “t’ho preparato una delle mie specialità.”

Presi il bicchiere e l’annusai. Provai a chiedergli cosa contenesse, ma lui mi disse che dovevo fidarmi, perché ora eravamo coinquilini ed occorreva “mantenere una fiducia reciproca e totale”. Annusai con rinnovata diffidenza quella tisana chimica, poi la mandai giù senza pensarci...



Brano tratto dal libro "Valeria e le cattive compagnie" di Vincenzo M. D'Ascanio.

Azuz!





Prima di diventare pastore, e prima ancora di giungere in Sardegna, Azuz era stato un mercenario al servizio di re, imperatori e governi fantoccio insediati dalle potenze europee ed americane. Aveva combattuto nelle guerre per i giacimenti di diamanti, era stato assoldato da società petrolifere per soffocare le rivolte nella Nigeria settentrionale, aveva combattuto anche per i ribelli talebani, durante i cruenti scontri somali. Queste circostanze, tuttavia, non devono provocare la vostra indignazione, perché Azuz più che carnefice è stato vittima, anche se può sembrarvi strano. Quando aveva cinque anni il suo villaggio fu raso al suolo dal capitano Mukaba, spietato soldato di ventura al servizio delle multinazionali occidentali. I membri della sua famiglia furono trucidati e Mukaba lo prese con sé non per compassione, ma con l’infame intento di farlo diventare un guerrigliero feroce, una macchina da guerra pronto ad eseguire ogni suo ordine. Azuz fu duramente addestrato e poi mandato a combattere: sul campo di battaglia si macchiò di numerosi delitti come gli avevano insegnato i suoi cattivi maestri. Dopo anni di stermini, saccheggi, violenze e distruzione la sua mente cominciò a vacillare, voci convulse e frenetiche avvelenavano la sua coscienza, urla che pretendevano insistentemente vendetta per le vittime che lui stesso aveva causato. Azuz voleva liberarsi di quei demoni che gli rendevano la vita insopportabile, per questo raggiunse il villaggio di Ra’s, in cui praticava uno stregone celebre in tutta la regione per i suoi esorcismi. Le parole dello sciamano furono lapidarie, e senza possibilità di replica. Se desiderava liberarsi dalle voci Azuz doveva eseguire il loro comando: ammazzare il capitano Mukaba.

Durante una notte calda ed umida, in cui non soffiava il vento e gli uccelli notturni attendevano in un surreale silenzio, Azuz s’alzò dal letto per dirigersi verso la capanna del capitano. Tra le mani stringeva un affilato macete, lo stesso che aveva più volte utilizzato per ferire, decapitare, mutilare. Il passo di Azuz era rapido e deciso, mentre gli spiriti gli urlavano insistentemente di sbrigarsi. Una volta giunto dinanzi alla tenda recise con cura il tessuto, quindi oltrepassò lo squarcio e s’avventò deciso sul corpo del capitano. Dopo una breve colluttazione gli mozzò la testa con un secco fendente, e questa rotolò sul pavimento come una zucca scivolata dalle mani di un bambino. In quel momento le voci si placarono, ed i demoni abbandonarono la sua anima mentre la morte stendeva il mantello sulla salma del capitano. Azuz s’alzò dal corpo esanime e respirò profondamente. Finalmente era libero...

Soltanto allora il silenzio che dominava la notte lo sorprese per la sua profondità. Decise d’andarsene portando con sé alcune armi del comandante, ma mentre oltrepassava l’apertura vide due diamanti risplendere nell’oscurità. Due diamanti che ardevano come il fuoco, due diamanti che avevano i lineamenti di occhi impauriti, ma pur sempre carichi di odio estremo. Quella notte Mukaba non era solo, poiché una donna della tribù Kavaswy aveva riposato al suo fianco. “La donna di un carnefice deve essere uccisa!” Azuz avanzò di un passo, con la mano sinistra le afferrò i capelli ed alzò il macete con la destra, pronto a tranciarle la testa, pronto a regalarle l’identico destino del suo sanguinario amante. Una sensazione opprimente tuttavia lo colse, un’intuizione dell’anima che s’insinuò in ogni singola cellula del suo organismo. Azuz era irrimediabilmente stanco del sangue, troppi occhi s’erano spenti per sempre dinanzi ai suoi. Lasciò andare la presa, per l’ultima volta affondò il suo sguardo in quelli della donna tremante, quindi fece cadere il macete ancora macchiato di sangue. S’allontanò con l’agilità d’una gazzella, per essere inghiottito dalla medesima oscurità che l’aveva partorito. Mentre affondava nel fango udì le urla della donna lacerare la notte, vide il bagliore dei fari perforare il buio ed ombre correre verso la tenda del capitano. Poi udì gli spari, ancora altre urla, cani rabbiosi che ringhiavano, uomini agitarsi forsennatamente. Tutto ciò non lo preoccupava, perché si trovava già nella palude, dove nessuno poteva catturarlo, dove nessun segugio poteva fiutarne l’odore.

Azuz sapeva che doveva fuggire, perché se gli uomini di Mukaba l’avessero preso prima l’avrebbero torturato, e soltanto dopo inauditi tormenti gli avrebbero concesso la morte. Poteva contare su molteplici possibilità che gli scorrevano dinanzi come acque di un torrente, scorrere d’immagini che proseguì sino a quando la mattina non vide un’immensa fila di persone. Azuz s’avvicinò, e scoprì che quella processione era diretta verso il porto di Adith, dove una nave attendeva di salpare alla volta dell’Europa. Doveva scappare il più presto possibile, ed il miglior modo per farlo accodarsi a quel cordone umano, a quella surreale processione di membra ed acciaio. Senza porsi ulteriori domande si unì alla carovana, e dopo aver percorso centinaia di chilometri arrivarono dinanzi alle acque del Mediterraneo. Soltanto al porto seppe che per imbarcarsi occorreva molto denaro, ma per lui non era un problema. Ad Adith si sarebbe procurato facilmente il necessario; si trattava di un porto affollato e non avrebbe avuto difficoltà ad avere ragione su qualche distratto turista europeo, incautamente incappato in uno dei cupi vicoli del rione portuario. Avrebbe ottenuto il necessario senza uccidere, ma l’avrebbe fatto, se questo era il prezzo della libertà. Azuz tuttavia non conosceva l’effettivo valore della libertà, sino a quando non vide la nave che l’avrebbe portato nei “sicuri” porti europei. Si trattava di un rottame scassato ed arrugginito, adatto soltanto ad adagiarsi sui fondali marini. Per giunta traboccava di persone da poppa a prua, qualcuno era precariamente aggrappato alle balaustre, mentre altri disperati continuavano a salire come anime pronte a varcare la soglia dell’Inferno. Non c’era spazio nemmeno per respirare, ed il sole picchiava sulle teste di uomini, donne e bambini, educati alla sofferenza nei visi scolpiti dal dolore.

I barili dell’acqua potabile furono presto esauriti, ma quando tutto pareva perduto un dio annoiato concesse la pioggia. Alla pioggia tuttavia seguì la tempesta, in cui le onde avanzavano come mura in cemento pronte a flagellare quello scherno d’imbarcazione. Durante la bufera molte persone furono inghiottite dal mare, altri persero la vita dopo essere stati scaraventati sulle balaustre, altri ancora morirono mentre cercavano di salvare i loro bambini o le loro mogli. La bagnarola tuttavia non affondò e rimase miracolosamente a galla, ciondolante come un gigantesco tappo di sughero. Azuz aveva avvertito la morte molto vicina ma non soffriva, perché nel campo di battaglia era stato abituato a fare i conti col pericolo, e grazie alla follia di Mukaba aveva già perso le persone da piangere. Quando vide un bambino che l’osservava tra le braccia della madre morta, però, un’emozione aggressiva gli straziò il cuore, una sensazione a cui era ormai disabituato, ma che subito allontanò con la sua consueta durezza. Mentre la Guardia di Finanza li scortava nel porto di Lampedusa, cercò quello stesso bambino tra i naufraghi ma non lo vide. Era probabilmente morto per via degli stenti, o forse era riuscito a sopravvivere, deciso ad affrontare la sua odissea come l’ex mercenario era pronto ad affrontare la sua.

Dopo alcuni giorni trascorsi sulle banchine di Lampedusa, fu spedito a Cagliari come un pacco postale, dove fu miracolosamente inserito in un programma per rifugiati politici voluto delle Nazioni Unite. In una ex colonia penale apprese il mestiere del pastore, e grazie allo stesso programma trovò lavoro presso Antioco Demuro, un pastore del mio paese. Ora il nostro amico passeggia tranquillamente tra i monti, ascolta il sibilo del vento, dialoga assiduamente con gli spiriti e ripensa alla terra in cui non può tornare. Azuz suo malgrado sarà uno dei principali protagonisti della mia vicenda, una vicenda amara come un caffè rancido bevuto di primo mattino, e purtroppo i miei errori coinvolgeranno irrimediabilmente anche lui.

Brano tratto dal libro "Valeria e le cattive compagnie" di Vincenzo M. D'Ascanio.

Incubo genovese




“Ricordo quel pomeriggio come se ricordassi un incubo, ma le cicatrici mi suggeriscono che un incubo non è stato... Quelle ore non furono semplicemente dure, quelle ore furono terrificanti. I tafferugli cominciarono la mattina, tra le nove e le dieci, proseguendo sino a sera e per tutta la notte. I Blak Block si muovevano con strategia militare, distruggevano cassonetti, vetrine, automobili, ed alcuni compagni perdevano la testa in un insensato spirito d’emulazione. C’era del sangue dappertutto, sangue sulla strada, sui vestiti, c’era sangue addirittura sulle transenne. Elisabetta, del Social Forum, ci disse che quella notte avremo dormito in un edificio messo a disposizione dall’organizzazione. Si trattava della scuola Diaz, luogo divenuto monumento nazionale all’abuso di potere... Eravamo stremati, avevamo prima camminato e poi corso per sfuggire ai disordini. Anche le forze dell’ordine avevano perso il controllo e nelle strade imperversava la guerriglia urbana: la zona rossa s’era trasformata nell’epicentro di una rivoluzione urbana senza scopo.

Di sera, invece, c’era una calma surreale, ed il peggio sembrava trascorso. Eravamo tutti più o meno sconvolti, nel gruppo c’erano ragazzi e ragazze con sangue pesto tra i capelli, sulle ginocchia, soprattutto sulle magliette. Eravamo consapevoli di trovarci finalmente al sicuro, lontani da quei fanatici, dai loro manganelli, dai loro stivali e dai loro lacrimogeni... S’eri stato fortunato ti avevano assestato una manganellata a caso, per poi correre ciecamente verso altre persone; se non lo eri ti avevano circondato in due oppure in tre, ti avevano costretto a terra e dato calci allo stomaco, sul viso, dove capitava. In quella situazione era fondamentale non cadere, perché poi era impossibile rialzarsi con le proprie gambe. Abbiamo salvato per miracolo un compagno di Padova: noi fortunatamente eravamo una decina, mentre i celerini erano soltanto in tre. Glielo abbiamo strappato dalle mani mentre lo scaraventavano sull’asfalto, ma hanno avuto il tempo per rompergli lo zigomo e spaccargli un sopracciglio. Con noi c’era Marco Contin, un medico di Chivasso, con dei bendaggi nella borsa medica. Carla, la mia amica, non appena ha visto il ragazzo è svenuta... Povera Carla, ha sempre avuto la fobia del sangue, e di sangue il compagno ne aveva dappertutto...

Nell’edificio ci sentivamo più tranquilli, ero in compagnia di alcune compagne del milanese, avvolta in una coperta prestatami da un fotografo campano. Era Luglio, faceva caldo, ma sentivo correre di brividi lungo la schiena, forse a causa della tensione a cui erano stati costretti i nervi. Il gruppo era formato da sette ragazze, qualcuna aveva dei lividi, una ragazza di Brescia mostrava un canino rotto con allegria, come se stesse mostrando un trofeo. Eravamo abbastanza stanche, qualcuna si addormentò sugli zaini o sui vestiti. Nonostante la spossatezza provai a restare sveglia, non so, provavo una seccante inquietudine. Le tempie continuavano a tamburellare, davanti agli occhi avevo ancora tutta quella confusione, quella violenza, quel sangue. Non so se mi addormentai o meno, ma improvvisamente sentii sul fianco le mani di Caterina, ed un frastuono insopportabile provenire dal corridoio.
“Patrizia, Patrizia, svegliati, sono qui... Dobbiamo scappare!”
“Come... Sono qui... Chi?” Mi sollevai col batticuore ed inconsapevole, ma realizzai rapidamente, comprendendo d’essere ripiombata nello stesso incubo del pomeriggio. In qualche modo cercai di recuperare lo zaino, ma un ragazzo cadde su di me colpendomi il viso con una ginocchiata, e crollai sul pavimento quasi svenuta. Riuscì a risollevarmi con le braccia, e vidi le gocce di sangue sporcare le mattonelle bianche: l’impatto mi aveva fratturato il setto nasale. Non riuscivo a vedere nulla, quel ragazzo era scappato dopo aver strascicato delle scuse affrettate. Per fortuna Caterina riuscì a trascinarmi per un braccio.
Facendoci largo nella confusione riuscimmo ad uscire dallo stanzone, ma in quella zona erano già arrivati i celerini che avevano fatto inginocchiare i compagni. Quindi andammo nella direzione opposta, ma quando entrammo nel corridoio principale dinanzi a noi si presentò una scena surreale. I poliziotti erano appoggiati alle pareti del corridoio, e quando i ragazzi vi passavano li riempivano di calci, pugni e manganellate. Erano senza dubbio ubriachi o drogati, infatti ostentavano una condotta inutilmente violenta verso persone inoffensive, che non azzardavano neanche un minimo tentativo di reazione. Indossavano sempre la maschera antigas, anche se di gas non ce n’era... Ovviamente non volevano farsi riconoscere, perché sapevano che stavano compiendo dei crimini.

Per la prima volta, nella mia vita, provai terrore. Avevo già sperimentato altre forme di paura ma quella notte, per la prima volta provai “puro” terrore, che oltrepassa di gran lunga il limite della semplice paura. Ho forse capito cosa provarono gli internati dei campi di concentramento, o quanti furono torturati dai regimi totalitari argentini, greci, tedeschi o sovietici. Lo Stato, l’ente giuridico che trova nella sicurezza dei cittadini una delle sue basi, si trasforma inspiegabilmente in carnefice, attenta egli stesso alle libertà, all’incolumità ed alla vita di quelle persone che invece dovrebbe proteggere. Quei poliziotti incarnavano lo Stato, erano essi stessi lo Stato, uno Stato con gli stivali, maschera antigas e manganello, tramutatosi in boia di ragazzi e ragazze a cui non poteva essere imputato alcune reato, nulla, che potesse giustificare una pena.
Dopo averci minacciato più volte di violenza sessuale, fummo trascinate all’interno di un cellulare, dove ci attendevano una decina di ragazzi nella nostra situazione. Due celerini in tenuta antisommossa ci sorvegliavano, mentre il mezzo correva a folle velocità tra le strette strade di Genova. Uno di quei poliziotti osservava stupito il mio naso, di certo non era stato coinvolto e si poneva delle domande. Aveva un’espressione sconvolta, e dopo qualche istante non fu più in grado di sostenere il mio sguardo. Chissà, forse accadevano le medesime dinamiche, quando i tedeschi “perbene” incrociavano lo sguardo degli ebrei... Chi ci avesse visto avrebbe provato una grande pena, se non fosse stato preda d’alcool, droga o stupida esaltazione dettata dal barbaro potere di procurare dolore. Una ragazzina intanto piangeva, bisbigliava, era nuovamente bambina, nonostante il tono sommesso la sentivo invocare la madre, come se avesse paura del buio, o fosse spaventata da un brutto sogno... Ma come hanno potuto?

Da poco ho letto il libro di Primo Levi, “Se questo è un uomo”. Una compagna, anche lei “reduce” della Diaz, me l’ha regalato con un malinconico sorriso sulle labbra. “Leggilo, forse ti aiuterà a spiegarti alcune cose...” E’ difficile esprimere cosa provai durante la lettura, ogni pagina è la fedele rappresentazione della ferocia umana. La compagna tuttavia sapeva, perché anch’io provai quelle sensazioni, nonostante le esperienze fossero diverse... Un passaggio mi ha nauseato più degli altri, parole su cui rifletto quando ricordo quei giorni. Primo Levi domanda al lettore come può un uomo colpire un altro uomo senza provare odio o rancore nei suoi confronti. Schiaffeggiarlo, umiliarlo, colpirlo sul viso, nei casi limite massacrarlo, senza provare nessun risentimento, perché ha ricevuto un ordine. Anch’io mi pongo questa domanda, ma non trovo risposte, ed altre domande restano senza risposte, risposte che probabilmente non arriveranno mai. Qual è stato il vero motivo di quella violenza? Quali ordini sono stati impartiti? Quali strategie si nascondono nei fatti di Genova? Non individuo una logica, cerco e ricerco una risposta negli angoli della mia mente, la inseguo durante il giorno ma soprattutto la notte, quando nel silenzio tutto riaccade, implacabile e freddo come allora. Cerco risposte naufragate in un mare di timori, e sino a quando non le darò almeno a me stessa quei poliziotti, il corpo di Carlo, i visi insanguinati continueranno a perseguitarmi, come siamo stati perseguitati noi, in quei giorni di Genova”.

Brano tratto dal libro "Valeria e le cattive compagnie" di Vincenzo M. D'Ascanio..

Al Bastione gli esseri del buio.




Io e Maurizio pensammo di trascorrere qualche minuto sul Bastione, una monumentale piazza edificata agli inizi del novecento. Il Bastione è una struttura che domina la città, pertanto dal suo parapetto si possono osservare numerosi quartieri, dalla Sella del Diavolo per arrivare sino al colle di S. Michele, passando per la boscosa collinetta di Monte Urpinu. Nei primi anni dell’Università mi fermavo a contemplare quel panorama di case, mare, palazzi e colli, tante volte da solo, altre volte in compagnia di qualche collega, magari per discutere dell’imminente esame. In effetti al tempo si trattava di un luogo particolarmente tranquillo, soprattutto quando la sera faceva scivolare il suo mantello sul perimetro urbano. Dai giorni in cui vi andavo regolarmente è trascorso del tempo, e l’atmosfera ha subito un cambiamento radicale, tanto che oggi posso affermare di rimpiangere quel luogo dismesso ed umido. In quella stessa piazza, qualche anno prima, circolavano personaggi misteriosi, indecifrabili, del tutto estranei alle convenzioni sociali del nostro tempo. Questi “anonimi” si concentravano negli angoli più tetri, ed insieme organizzavano e discutevano dei loro ermetici affari. Nelle panchine circolari qualcuno era solito iniettarsi la propria dose di eroina, altri scolavano come autopompe litri di birra scadente, taluni decidevano di compiere clamorose attività illecite, senza la minima preoccupazione d’essere “pizzicati”. Del resto, non potevano imbattersi in alcun problema: quella era una zona franca della città. Tutte le metropoli hanno le loro “zone franche”, in cui la legge assume la stessa valenza dei divieti nei cessi pubblici. In questi Far West nostrani lo Stato s’inchina sino a baciarsi le punte delle scarpe, arriva a genuflettersi dinanzi a questa variopinta e sconvolgente schiera d’individui, che assiste con lo stesso riguardo con cui una scrofa cura i propri piccoli prima di divorarli.

Cagliari è un capoluogo di modeste dimensioni, non sicuramente paragonabile ai popolosi centri del settentrione. Tuttavia anche Cagliari aveva ed ha le sue zone franche: S. Elia su tutte, ma anche Via Serucci, Piazza S. Michele, Via Castelli, il CEP, anche se le amministrazioni comunali hanno cancellato alcuni habitat naturali come Piazza Matteotti o lo stesso Bastione. Proprio sul Bastione è stata allestita una moderna pista di pattinaggio, e delle potenti illuminazioni hanno reso l’ambiente assai più accogliente per il patriziato urbano, che amplia i suoi orizzonti su quei territori in cui non avrebbe mai pensato di poter posare le proprie costosissime scarpette.

Proprio l’altro ieri sono ritornato sulle ripide scalinate del Bastione e, se devo essere sincero, provavo una paradossale nostalgia per quell’ambiente tetro e pericoloso, dove “gli anonimi” potevano trovare il conforto e l’accoglienza dei propri simili. Già, “gli anonimi”, la comitiva di cui anch’io faccio ormai parte, capaci di evitare la luce come vampiri fuoriusciti da datati romanzi dell’orrore. Fioriscono accigliati dalla muffa dei quartieri popolari o dai pericolanti alloggi del centro storico, per andare a riversarsi in quei luoghi che la maggior parte delle persone “perbene” non frequenterebbero nemmeno sotto la minaccia di una Quarantaquattro Magnum. Le ordinanze comunali hanno tentato di cancellare questi spazi, ma “gli anonimi”, come evoluti camaleonti urbanizzati, si sono adattati per resistere in luoghi sempre più irraggiungibili. Si, assolutamente irraggiungibili, come quando decidono di librarsi nell’aria, per andare a schiantarsi sul marciapiede sottostante, dinanzi allo sguardo inorridito o morbosamente curioso dei passanti di turno. Quante persone hanno scelto le mura del Bastione per compiere l’azione decisiva, quante persone hanno detto basta alla povertà, alla solitudine, o semplicemente a quei pensieri che tormentavano le loro menti esauste. Sulle cronache dei giornali locali si possono leggere, allora, le consuete informazioni sommarie. - Aveva molti debiti! -Oppure - Da anni non andava d’accordo con la moglie! – Gli hanno portato via i figli – Il suo patrimonio è stato sequestrato! Ecco dunque le probabili od improbabili ricostruzioni dei giornalisti, e mai si accenna a questa società marcia, che non appena ti rendi colpevole (od incolpevole) di qualsiasi cosa è pronta ad etichettarti, umiliarti o schiacciarti, per poi isolarti brutalmente come uno scarafaggio schifoso...

Non molto tempo fa anch’io stavo per diventare protagonista assoluto dell’ultimo atto, a qualche settimana dall’uscita dal carcere. Il reinserimento era stato più difficile del previsto, quasi tutti mi avevano abbandonato ed i pochi amici rimasti non erano sempre disposti ad ascoltare le mie recriminazioni. Così, reso più coraggioso da un mix di alcolici e psicofarmaci, mi avviai risoluto verso il leggendario muro degli anonimi. Oggi non so dirvi se ero seriamente intenzionato, tuttavia ricordo la sensazione di fumosa disperazione, quella dolorosa percezione che ti perseguita in capo al mondo, quegli oscuri pensieri che reprimono qualsiasi raggio di sole incuneatosi nella nebbia della tua anima...

Appoggiate le mani sul parapetto guardai giù, in direzione della piazza alberata. Il mio respiro era diventato affannoso ed irregolare, come se l’anima volesse già fuggire dal corpo. Uomini e donne, bambini ed anziani, pacifisti e guerrafondai passeggiavano tranquilli inconsapevoli della mia personalissima tragedia. Chissà cosa avrebbero esclamato, chissà cosa avrebbero scritto i giornali, chissà quali ricercate espressioni avrebbe pronunciato quella ricca signora ingioiellata che stazionava dinanzi alle vetrine! Non sarebbe stato male sporcarle la pelliccia del mio sangue, certo, avrebbe avuto il suo effetto scenico. Comunque... Avete mai ascoltato quella vecchia canzone, si, proprio quella che parla di un aspirante suicida, convinto a desistere da un angelo piombato dalle vellutate poltrone del Paradiso? Si, quella canzone in cui l’angelo elenca una serie di circostanze per cui vale la pena di vivere: il mare, l’amore di una donna, etc... Bene, non vi sembrerà vero, ma non mi è capitato nulla di tutto ciò. Non appena misi il piede sul parapetto, un violento conato di vomito mi sorprese come potrebbe sorprendermi un pagliaccio ubriaco che, inondato da un acquazzone autunnale, si abbassa pantaloni e mutande all’apice di una funzione funeraria! Eh si! Dannate vertigini... Quella sera mi salvarono la vita, ma a conti fatti posso considerarmi soddisfatto. Certo, la mia esistenza fa ancora abbastanza schifo: ricordi orribili, soprusi, povertà ed ossessioni striscianti continuano a perseguitarmi, ma non posso morire in questo modo, diciamo... Almeno per il momento! Prima di farlo devo saldare qualche conto aperto. Come assicura il saggio dove non arriva l’amore arriva l’odio, ed io di odio ne ho da venderne, anzi, addirittura da regalarne.

Brano tratto da "Valeria e le cattive compagnie" di Vincenzo M. D'Ascanio.